giovedì, 28 febbraio 2008
"Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile. Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un' inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi. Dall'altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l'ultima volta. Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente. Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo.
Quale verosimiglianza logica si può rintracciare nel gesto di un padre presunto assassino che non avrebbe ucciso i suoi figli, ma li avrebbe gettati vivi in un buco, e non nella sperduta campagna, bensì in un luogo dove qualcuno avrebbe potuto ritrovarli prima della loro morte? Ma il procuratore di Bari, Emilio Marzano, ha detto: «L'impianto accusatorio per ora rimane, non abbiamo elementi per ripensarlo». Sotto il profilo formale, l'affermazione è ineccepibile. Sotto quello sostanziale, appare, però, incauta almeno per due ragioni. La prima: il ritrovamento dei due fratelli nel pozzo dove l’altro giorno è caduto il bambino e l'autopsia dei loro corpi aprono interrogativi nuovi che il dottor Marzano aveva evidentemente sbagliato a escludere a priori. La seconda: per ora, la colpevolezza di Filippo Pappalardi è confermata solo dalla sua carcerazione preventiva, direbbe il filosofo dei diritti civili «per mezzo del castigo», e dal carattere ferocemente arcaico della sua figura. Forse non è inutile ricordare che l'esposizione prolungata dell'indiziato all'avvenimento minaccia di distruggerne l'immagine e, probabilmente, già l'ha distrutta. La verità mediatica, in questi casi, rischia di apparire più forte di quella vera e non è attraverso la prima che si può ragionevolmente sperare di pervenire alla seconda. Qui non è in discussione la colpevolezza o l'innocenza del Pappalardi. Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l'uno e incominci l'altro e viceversa. Scrive Daniel Soulez Larivière: «La magistratura scopre con delizia che accanto alle armi terrificanti che esistono già nel codice di procedura penale esiste anche lo strumento mediatico che lo completa efficacemente» («Il circo mediatico- giudiziario», ed. Liberilibri). Eppure, il rimedio a questa confusione dei ruoli che si è imposta in Italia da quindici anni a questa parte e che nuoce sia alla magistratura sia al giornalismo, ci sarebbe: scindere la fase istruttoria e investigativa, rigorosamente coperta da segreto, da quella giurisdizionale e dibattimentale, aperta invece al pubblico."
di Piero Ostellino
Corriere della Sera del 28 febbraio 2008
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martedì, 26 febbraio 2008
"Dopo l'iniziale sconcerto di alcuni e qualche protesta, è calato il silenzio sulla scelta di Walter Veltroni di allearsi con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ... Di Pietro rappresenta l'antipolitica nella variante giudiziario- giustizialista ... Non ci sarà mai nessuna possibilità di chiudere l'eterna transizione italiana se non interverrà un accordo bipartisan sulla giustizia. Ma Veltroni si è messo in casa una forza che lavorerà strenuamente (e giustamente, dal suo punto di vista, essendo quello il mandato che avrà ricevuto dagli elettori) perché un accordo del genere non possa essere siglato. Sarà difficile rimettere ordine, in modo consensuale, nel sistema giudiziario italiano. E continueranno le solite invasioni di campo (l'ultima in ordine di tempo, con il caso Mastella, ha dato il colpo di grazia al governo Prodi). L'Italia dei Valori, una piccola formazione che, in queste faccende, è in grado di trovare il sostegno esterno di un vasto esercito giustizialista, sarà lì, vigile, pronta a mettere veti. Prendiamo il caso delle intercettazioni che sono non solo una delle armi più avvelenate della politica italiana ma anche una spia evidente degli sviluppi patologici del nostro sistema giudiziario. Riportare la giustizia alla normalità significa anche mettere regole e paletti, e cioè limiti, all'uso che i magistrati possono fare di uno strumento così delicato, che comporta l'intrusione nella sfera privata dei cittadini. Significa mettere la parola fine alle inchieste-mostro fondate sulle intercettazioni selvagge, «di massa» (intercetto mezzo mondo: alla fine qualcosa salterà pur fuori). Ne abbiamo viste fin troppe di inchieste del genere: grande fracasso, tante reputazioni fatte a pezzi, e poi, quasi sempre, una volta giunti in tribunale, tutto finisce in niente. Non è solo una questione di uso politico-mediatico delle intercettazioni. E', prima ancora, una questione di rispetto delle libertà individuali. Ed è un problema di responsabilizzazione che sempre deve accompagnare e limitare il (grande) potere di chi fa inchieste giudiziarie.
Per dimostrare di non essere condizionato dai giustizialisti alla Di Pietro, Veltroni ha dichiarato di voler limitare l'uso mediatico delle intercettazioni. Lodevole proposito. Peccato che ad esso si sia accompagnata, forse involontariamente, l'affermazione, di sapore un po' giustizialista, secondo cui i magistrati, a patto che ciò non finisca sui giornali, possono utilizzare le intercettazioni come, dove e quando vogliono. Ma ciò non è consentito ai magistrati senza che vi siano dei limiti nei regimi politici che rispettano davvero i diritti individuali di libertà. E' difficile credere che l'alleanza del Partito democratico con Di Pietro non finirà per incidere negativamente sulla futura politica di quel partito."
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera del 25 febbraio 2008
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martedì, 26 febbraio 2008
Sono attesi con curiosità interpretazioni e commenti all’ordinanza appena sotto riportata! Cosa mai può essere accaduto? C’è qualcuno che non legge i provvedimenti usati nella motivazione per relationem (sic!)? Per fortuna che a Berlino c’è sempre un Giudice …
MISURE CAUTELARI PERSONALI – ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE ASSERITAMENTE EMESSA EX ART. 27 C.P.P. - MOTIVAZIONE PER RELATIONEM – OMESSA LETTURA O INCOMPRENSIONE, DA PARTE DEL GIUDICE RITENUTOSI COMPETENTE, DEL PROVVEDIMENTO RICHIAMATO – INESISTENZA DI DECLARATORIA DI INCOMPETENZA PER TERRITORIO NEL CORPO DELL’ORIGINARIA O.C.C. – ANNULLAMENTO
Tribunale del Riesame di Napoli, VIII sez., Pres. Est. Gianpaolo Cariello, ord. 14/12/2007, proc. n° 10906/2007 R.I.M.Caut.
Rilevato che con l’impugnata ordinanza il GIP del Tribunale di Napoli ha disposto, ex art. 27 c.p.p., la misura cautelare nei confronti dell’indagato riportandosi alle motivazioni dell’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Bologna all’esito dell’udienza di convalida del fermo emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli. Rilevato, altresì, che, contrariamente a quanto ritenuto dal GIP di Napoli, il GIP di Bologna non si è affatto dichiarato incompetente in ordine ai reati addebitati all’indagato, ma ha, al contrario, ritenuto la propria competenza. Ritenuto che, pertanto, non essendo stata emessa l’ordinanza ai sensi dell’art. 291 co. 2 c.p.p. ma dal giudice ritenutosi competente, nessun altro giudice aveva il potere di deliberare in merito (tantomeno sull’erroneo presupposto di un’inesistente declaratoria di incompetenza e richiamando le argomentazioni dell’ordinanza del GIP che invece si è ritenuto competente), l’ordinanza del GIP di Napoli va annullata essendosi l’azione cautelare esercitata dal PM esaurita con l’applicazione della misura da parte del GIP del Tribunale di Bologna.
martedì, 26 febbraio 2008
ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE – REATI FINE – INDIPENDENZA DI VALUTAZIONE DAL REATO PRINCIPALE – INTERCETTAZIONI TELEFONICHE – INTERPRETAZIONE SUGGESTIVA – IRRILEVANZA – ELEMENTO UTILE AD UNA INTERPRETAZIONE DELLA INTERCETTAZIONE CONVINCENTE IN TERMINI DI CERTEZZA O ALTA PROBABILITA’– NECESSITA’
Tribunale del Riesame di Napoli, XII sez., Pres. Maria Rosaria Cosentino, Est. Michele Mazzeo, ord. 29/1-11/2/2008, proc. n° 476/2008 R.I.M.Caut.
La vicenda in oggetto (l’aver turbato la regolarità di una gara per l’aggiudicazione dell’incarico di progettazione per i lavori di costruzione di un’arteria stradale, predeterminando l’aggiudicazione concordata – art. 353 co. 2 c.p.), sebbene veda ancora una volta come protagonista uno degli indagati più in vista,
martedì, 26 febbraio 2008
MISURE CAUTELARI REALI – EDILIZIA – DECRETO DI SEQUESTRO PREVENTIVO - GIUDICATO CAUTELARE
Tribunale del Riesame di Napoli, XII sez., Pres. Irma Musella, Est. Stefania Daniele, ord. 25/1-1/2/2008, proc. n° 64/2008 R.I.M.Caut.Reali
La difesa dell’indagato rivolge al Tribunale del Riesame richiesta di annullamento del decreto di sequestro preventivo impugnato per violazione del principio del ne bis in idem, evidenziando e documentando che
martedì, 26 febbraio 2008
USURA ED ESTORSIONE – ELEMENTI COSTITUTIVI DESUNTI DA INTERCETTAZIONI TELEFONICHE E DICHIARAZIONI GENERICHE DELLA PARTE LESA – INSUFFICIENZA – ACCERTAMENTO IN ORDINE AL REGOLAMENTO DEL DEBITO, ALLE CONDIZIONI IMPOSTE E ALLA INGIUSTIZIA DEL PROFITTO – NECESSITA’
Tribunale del Riesame di Napoli, X sez., Pres. Francesco Galli, Est. Nicola Quatrano, ord. 11/12/2007-8/1/2008, proc. n° 11317/2007 R.I.M.Caut.
In relazione ai contestati reati di usura ed estorsione (finalizzata all’ingiusto profitto dell’usura), va rilevato che, pur dimostrando le intercettazioni telefoniche
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categoria:estorsione, usura, 9 giurisprudenza
martedì, 26 febbraio 2008
EVASIONE DAGLI ARRESTI DOMICILIARI O VIOLAZIONE DELLE PRESCRIZIONI INERENTI LE MISURE DI PREVENZIONE PERSONALI – CONTROLLO MERAMENTE CITOFONICO AD OPERA DELLA PG – MANCATA RISPOSTA ALLA CHIAMATA CITOFONICA – INSUSSISTENZA DEL REATO
Tribunale del Riesame di Napoli, VIII sez., Pres. Est. Beatrice Sasso, ord. 8/11/2007-7/1/2008, proc. n° 9711/2007 R.I.M.Caut.
Il negativo esito del controllo effettuato nei confronti di persona sottoposta a provvedimento restrittivo inerente l’obbligo di non allontanarsi dal proprio domicilio e limitatosi alla mera chiamata citofonica già di per sé presta il fianco a qualche perplessità
mercoledì, 20 febbraio 2008
Nel dare il benvenuto al nuovo sito on line della Onlus Carcere Possibile della Camera Penale di Napoli, si segnala che oggi 20 febbraio 2008 si è celebrata presso la sede dell'Associazione Costruttori Edili di Napoli (ACEN) la premiazione del Concorso di Idee progettuali per un modello di "Carcere Possibile".
Sono intervenuti alla manifestazione: Andrea Castaldo (Vice Presidente ACEN in rappresentanza del Presidente ACEN Ambrogio Prezioso), Alfredo Letizia (Presidente ACEN Gruppo Giovani), Mario Giustino (del Direttivo ACEN Gruppo Giovani), Enrico Errichiello (Presidente ANCE Campania Gruppo Giovani), Edoardo Cosenza (Preside Facoltà di Ingegneria Università di Napoli FedericoII), Michele Cerabona (Presidente Camera Penale di Napoli), Riccardo Polidoro (Presidente della Onlus Carcere Possibile), Guido De Maio (Presidente Commissione Giudicatrice Concorso “Carcere Possibile”), Tommaso Contestabile (Provveditore PRAP Campania).
Di seguito si riporta la CLASSIFICA dei PROGETTI 
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categoria:3 informazione
martedì, 19 febbraio 2008
Si segnala la seguente iniziativa intrapresa il 14 febbraio 2008 dalla Giunta della U.C.P.I.
 
"AL MINISTERO DI GIUSTIZIA
AL DAP
AL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE
 
ATTUAZIONE DEL DIRITTO DI DIFESA NELLE CARCERI
 
In numerose case di reclusione del paese i difensori degli indagati, imputati, condannati/detenuti,vengono tempestivamente avvisati tramite fax della nomina a difensore di fiducia effettuata dal detenuto, con l’indicazione del giorno in cui la dichiarazione di nomina è stata effettuata. Tale pratica purtroppo non è adottata su tutto il territorio nazionale e troppe sono ancora le case di reclusione che non comunicano della intervenuta nomina. Ciò può comportare che il difensore ha notizia della nomina a distanza di tempo con la pericolosa conseguenza che possono decorrere i termini per impugnare (appello, ricorso per Cassazione, riesame) provvedimenti dell’autorità giudiziaria o per avanzare richieste (vedi riti alternativi).
A tale situazione peraltro non corrisponde alcun obbligo a carico del personale operante all’interno della casa circondariale di riferire al detenuto che l’intervenuta nomina va comunicata dallo stesso al difensore che sarà notiziato solo e soltanto in virtù della notifica di atti processuali (fissazione dell’udienza o attività per la quale è obbligatoria la presenza del difensore).
La Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha da tempo affermato l’immediata efficacia dell’atto di nomina non appena la dichiarazione viene ricevuta dall’organo a ciò preposto di talché è conseguente l’obbligo di comunicare al difensore della intervenuta nomina. Il mancato avviso dà luogo ad una concreta e palese violazione del diritto di difesa che impedisce al detenuto di beneficare immediatamente della difesa tecnica con il concreto rischio di patire conseguenze gravissime nel procedimento aperto a proprio carico.
Al fine di superare tale violazione del diritto di difesa l’UCPI chiede che il DAP provveda a rendere operativa su tutto il territorio nazionale la comunicazione al difensore della intervenuta nomina con trasmissione dell’atto tramite fax ai Consigli degli Ordini degli Avvocati che provvederanno ad avvisare il singolo difensore dell’intervenuta nomina."
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lunedì, 18 febbraio 2008
Da una newsletter giuridica pervenuta, si è appreso che la Corte di Cassazione, con la sentenza n° 6267 del 2008, ha reso definitiva la condanna per omicidio colposo nei confronti del titolare di una società appaltatrice di opere di manutenzione di un tratto stradale in cui la presenza di tre buche aveva fatto perdere il controllo di un motorino ad una ragazza che cadendo aveva perso la vita a causa delle gravi lesioni riportate. La Corte di Cassazione ha sottolineato nella sentenza che il giudice di merito ''con argomentazione condivisibile ha ritenuto insussistente il concorso di colpa della vittima, che procedeva a velocita' moderata in un tratto stradale in cui non vi era un limite particolare di velocita', riconducendo la causa della caduta in via esclusiva alla trappola stradale che si era venuta a creare nel tratto stradale, alla quale ..., violando gli obblighi contrattualmente assunti non aveva posto rimedio''. La condanna per omicidio colposo era stata inflitta dal giudice di merito sulla base del rilievo che, con la consegna dell'appalto, l'impresa ''era obbligata ad iniziare immediatamente il servizio si sorveglianza ed il conseguente pronto intervento sulla sede stradale''. A tali obblighi il titolare della manutenzione non aveva fatto fronte pur avendo il dovere di rimuovere quelle che la Corte ha definito, senza mezzi termini, "trappole stradali". Appena in possesso della motivazione integrale, provvederemo a pubblicarla.
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categoria:9 giurisprudenza, omicidio colposo
martedì, 12 febbraio 2008

Il Dott. Enzo Albano, Presidente della XII sez. del Tribunale del Riesame di Napoli, non manca di esprimere la sua opinione sul caso Mastella. Dalle pagine (on line) della Voce delle Voci queste le sue "motivazioni" depositate in data 11 febbraio 2008:

<<Brevi notizie dal caos. Il taccuino del vostro scriba e' pieno di appunti. Una rivoluzione senza nobilta'. Un affanno senza scopo. Una guerra tra simili. Mal di pancia in un continuo regolamento di confini. Un altro capitolo della pochade politica- magistratura.
I fatti: un'inchiesta giudiziaria, partita dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, investe in pieno la famiglia Mastella ed un bel pezzo del gruppo dirigente dell'Udeur. Mastella, il piu' improbabile dei Guardasigilli (l'uomo giusto al posto giusto, come quando Gava fu fatto ministro dell'Interno) si dimette e pronunzia in Parlamento un discorso strappa lacrime dove, dopo aver compiuto la nobile scelta della famiglia (le belle famiglie italiane) contro il potere, attacca a testa bassa e nel piu' puro stile berlusconiano i giudici che lo stanno inquisendo.
All'esito

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domenica, 10 febbraio 2008

Claudio Botti rilascia un'intervista a Gianluca Abate per il Corriere del Mezzogiorno del 10 febbraio 2008: "Claudio Botti, componente del collegio di difesa che assiste i 28 imputati per i quali la Procura ha chiesto il processo al termine dell'inchiesta sui rifiuti, è il primo avvocato a lasciare l'aula bunker Ticino 1. Doveva discutere, spiegare perché i suoi assistiti con quelle accuse non c'entrano nulla, convincere il giudice. E invece non ha fatto nulla di tutto ciò. S'è limitato a «rassegnare le conclusioni a verbale», cioè a chiedere il proscioglimento dei suoi assistiti senza motivare la richiesta. Perché questa scelta?
«Perché ho troppo rispetto per la mia funzione di difensore. E siccome ritengo che l'esito dell'udienza preliminare sia scontato per tutto ciò che c'è attorno, è inutile stare a perdere tempo».
Dice che a Napoli non c'è il clima adatto per giudicare Antonio Bassolino e gli altri 27 imputati?
«Processare Antonio Bassolino a Napoli è come processare Saddam Hussein a Bagdad. Beninteso, non che il paragone sia tra le due persone. Ma serve a spiegare come non si possa giudicare serenamente in un contesto ambientale così: in aula si tiene l'udienza, fuori si alzano barricate contro i rifiuti. E si corre il rischio che responsabilità politiche e penali si mescolino pericolosamente».
Be'. il codice di procedura penale prevede un'apposita norma per queste situazioni. Perché non avete invocato il «legittimo sospetto»?
«L'istanza di rimessione non è stata possibile, non c'era un'intesa condivisa».
Poteva farlo lei, nessuno glielo impediva...
«Io da solo no, queste sono iniziative che vanno assunte collegialmente. Ha mai visto una partita di rugby? Non si può giocare senza il pacchetto di mischia e mandando avanti le seconde linee.
Auguriamoci almeno che il contesto ambientale sia diverso quando si celebrerà il processo. Perché si celebrerà
»."

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categoria:1 opinioni, 3 informazione, 5 inciuci
venerdì, 08 febbraio 2008
<<Nel 2003 il dr. Livio Pepino, allora Segretario Generale di Magistratura Democratica, scriveva: “Non è inutile ricordare che – diversamente da quanto abitualmente si dice – il livello di “politicizzazione” della magistratura è oggi assai più ridotto che in passato. In epoca prefascista – sia detto a beneficio di chi rimpiange un tempo perduto in cui i magistrati erano “realmente indipendenti” – la magistratura (gli alti gradi e, grazie alla struttura gerarchica, l’intero corpo) era un’articolazione della classe politica tout court. La maggior parte degli alti magistrati era di nomina governativa (spesso di estrazione direttamente politica) e frequenti erano i passaggi dall’ordine giudiziario al Parlamento e al governo, tanto che, fra il 1862 ed 1900, metà dei Ministri della Giustizia (17 su 34) e dei relativi sottosegretari (11 su 21) proveniva dai ranghi della magistratura. E ancora nel secondo dopoguerra a reggere il dicastero della Giustizia nel primo governo Badoglio furono chiamati due alti magistrati (inizialmente Gaetano Azzariti e, poi, Ettore Casati, primo presidente della Corte di Cassazione) e, più tardi, fu guardasigilli Antonio Arata, già senatore (per la Democrazia cristiana) mentre ricopriva la carica di procuratore generale presso la Corte di cassazione e poi di presidente della stessa.

A parte che manca la conta, specie per la situazione attuale, dei Sottosegretari, che cosa allora significa oggi la nomina di un Magistrato, pur valentissimo, a Ministro della Giustizia?>>
 
Dal sito della U.C.P.I.
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